NAPOLEONE

di

Italo Bolano

Presentazione di Cosimo Ceccuti

"Quelli occhi!": racconterà il marchese Gino Capponi dopo il suo incontro con Napoleone Bonaparte a Parigi, alla fine del 1813. L’intensità di quello sguardo, unico, era ciò che più profondamente aveva colpito il marchese fiorentino in missione in terra in Francia, nel prolungato colloquio a tu per tu con l’Imperatore.

È un’impressione che mi viene in mente sfogliando la raccolta di immagini dei dipinti dedicati da Italo Bolano a uno dei "personaggi" a lui più congeniali: o forse si dovrebbe parlare con più precisione di "personalità" oppure semplicemente di "soggetti".

Due sono i ritratti di questo protagonista assoluto della storia a cavallo fra XVIII e XIX secolo, sia pure nella trasfigurazione dell’artista. Quello iniziale, dominato da un fascio di luce e di energia che si sprigiona dal volto del generale corso; e l’altro, più facilmente intelleggibile (tavola XIII), dove l’occhio, che domina la tavola e attira l’attenzione dell’osservatore, è già velato da un’ombra di malinconia.

Bolano è un elbano puro, legatissimo alla sua isola, alla sua storia, alla tradizione, alla cultura, alla estenuata bellezza del paesaggio, che egli conosce a memoria, insenatura ed anfratto, roccia, rilievo, dirupo. E lo rende partecipe, spesso è protagonista della sua opera pittorica. Come se volti e figure su quel paesaggio si modellassero.

Napoleone rimane in fondo il suo sovrano, sovrano gigantesco di un regno minuscolo, sia pure per pochi mesi, dallo sbarco alla fuga, dal 4 maggio 1814 al 26 febbraio 1815.

È facile immaginare lo stato d’animo dell’uomo che aveva percorso e dominato l’Europa continentale, e che si trovava allora sovrano spiato e controllato di un piccolo stato, là in mezzo al mare. Nella collezione del piccolo ma ricco museo storico della Fondazione voluta da Giovanni Spadolini, sulle colline fiorentine di Pian dei Giullari, la sezione dedicata a Napoleone presenta un’immagine di Napoleone con questa dedica sul retro: "De l’Ile d’Elba (helas!) à Hosephine. NB".

Può darsi che l’autografo, che pure proviene da un’antica famiglia dell’isola, non sia autentico: ma certo quell’ "helas!" risponde a un sentimento inconfutabile, a uno stato d’animo radicato e profondo.

In quella terra circondata dal mare Napoleone, affacciato ad uno scoglio o nelle stanze della sua villa-prigione, deve avere ripercorso più volte, dentro di sé, la sua leggendaria epopea, come apprendevamo a scuola, dai versi di Manzoni.

E Bolano rivive, nel contrasto forte ed efficace dei suoi colori, alcuni momenti indimenticabili, nella gioia e nel dolore, dalla polvere all’altare.

Movendo da Ajaccio, dalle origini, con una piccola barca che si muove verso la grande avventura, ecco il paesaggio delle Alpi attraverso il San Bernadino, una lunga teoria di uomini dominati dal cavallo bianco di Napoleone; la battaglia delle Piramidi nella poco fortunata campagna d’Egitto (21 luglio 1798); la battaglia di Austerlitz (quella dei tre imperatori) del 2 dicembre 1805, che si conclude con la disfatta delle armate austriache e russe: dove Bolano coglie nella grandiosità delle figure la stessa grandiosità della vittoria.

Ma col passare degli anni, il vento delle umane sorti cambia la sua direzione. Ecco il triste passaggio della Beresina (26-28 novembre 1912), uno dei più tremendi episodi della ritirata nella campagna di Russia: qui le figure sono piccole piccole, nel contrasto fra il bianco accecante e sterminato della neve e le nere nubi che si addensano sull’armata francese e sui futuri destini di Napoleone.

Ecco l’addio di Fontainbleau, dove egli abdica incondizionatamente (6 aprile 1814) dopo l’inutile tentativo di lasciare il trono al figlio. Un quadro scuro, dove l’agitarsi delle bandiere non solo francesi sembra accompagnare l’uscita di scena, almeno dal primo piano della scena del mondo, quell’uomo solo, ritratto a braccia aperte, quasi crocifisso.

L’Elba lo attende. Non a caso l’immagine successiva di questo album magistrale è l’arrivo nel’isola, l’imbarcazione che reca il suono sovrano nella baia di Portoferraio.

Già, Portoferraio, la capitale del nuovo piccolo regno, creato a tavolino dagli Stati coalizzati che hanno abbattuto la potenza napoleonica.

Portoferraio, un dipinto ad hoc, dominato dal verde, dalla speranza, forse, sia pure una cupa speranza. Con tanti piccoli, curati riferimenti: il faro, il castello, la barchetta… Tutto impietosamente piccolo per l’uomo che ha conosciuto tutto in grande e al quale è stato lasciato non senza malevole ironia, il titolo di imperatore.

Dimenticavo un dipinto, che avevo accantonato perché particolarmente significativo. Non è la visione di una battaglia, ma comunque di una delle imprese memorabili del grande corso: il Codice civile, omaggio all’opera irreversibile del riformatore, la drastica liquidazione dei tanti residui medievali, l’apertura della via per una legislazione moderna e avanzata.

Ma torniamo all’Elba, con un coloratissimo granatiere delle guardie e una languida isola della Paolina, fasciata da varie tonalità di celeste e di azzurro, fedele alla varietà dei cieli e dei mari dell’isola.

Quale fu il rapporto di Napoleone con la sua isola? La domanda non è retorica, la risposta non è così sicura e decisa. I resoconti dei controllori, le note di Sir Neil Campbell (il commissario inglese che risiedette all’Elba durante il soggiorno di Napoleone.), i rapporti segreti che giungevano dal governatore di Livorno, Francesco Spennacchi, ala presidenza del Buongoverno del Granduca, diretto da Aurelio Puccini, confermano all’inizio l’atteggiamento di dolcezza e di attenzione dell’Imperatore per il suo popolo, l’impegno autentico profuso nella organizzazione dello Stato (opere pubbliche, progetti, fortificazioni, esercito e marina e così via).

Davvero egli intendeva, o si rassegnava a chiudere là i suoi giorni? È da dubitarne. Anzi, è da escludere, come i fatti dimostreranno. E lo rivelano, fin’ dall’inizio, la continua ricerca di notizie su ciò che accadeva nel continente; l’attenzione alle ricerche di quanti lo invocavano nella penisola, per la costituzione o ricostituzione di un Regno d’Italia, ancora per l’attesa impaziente di un appello, un richiamo che giungesse dalla sua Parigi, sempre più insoddisfatta della sua monarchia restaurata.

Napoleone infine ingannò i suoi controllori, lasciando supporre di essersi rassegnato agli stretti, rocciosi confini dell’isola proprio mentre preparava la "fuga", per quelli che sarebbero stati i "Cento giorni".

Suggestivo, di Italo Bolano, il quadro dedicato a "Presagio di fuga": quasi fosse riuscito a penetrare nelle immagini caleidoscopiche della mente, laddove non potevano arrivare i controlli e i rapporti di polizia.

Il dramma si consuma. "Da Portoferraio a Waterloo" e poi "Waterloo", dove spicca centrale il bianco del cavallo, e ancora la scena finale della battaglia, popolarissima e animatissima, in una successione di "quadri" della pellicola di un film.

"Fu vera gloria" si chiede l’artista che in qualche modo continua a "vedere" il suo personaggio, isolano come lui colto in momenti gestuali, in una raffigurazione dominata da un romanticismo tragico, dalle tinte forti, vero leit motiv dell’intera raccolta.

Ma ecco, all’improvviso, un’inattesa serenità, nell’"Incostant e il Bellerofonte", e quindi la scena finale "Sant’Elena", quella del non ritorno: non più figure, riferimenti concreti, ama piuttosto il trionfo dell’emozione e del sentimento.

Storici, poeti, scrittori, pittori: per la grande capacità di comunicare che Italo Bolano ha attraverso la sua arte, tutta particolare, attraverso il suo pennello e i suoi colori, attraverso le sue stesse emozioni, ci sembra a tutti noi di conoscere più da vicino, una volta sfogliato l’album, quell’isolano che solo un altro isolano poteva tentare di penetrare nella profondità dell’animo.

Prof. Cosimo Ceccuti